lunedì 14 dicembre 2015

Perde la voce, a processo il call center

Una 44enne, dipendente da nove anni di un'azienda torinese, è affetta da cordite cronica per aver parlato 40 minuti all'ora: in cinque dovranno rispondere di lesioni personali colpose

Perde la voce, a processo il call center

Una cordite cronica e un deficit vocale irreversibile: è il risultato di nove anni di lavoro in un call center che si è portata a casa un'operatrice 44enne. La donna, in media, parlava circa 40 minuti all'ora: adesso della della sua malattia sono chiamati in giudizio cinque responsabili dell' azienda torinese, Voice Care, con l' accusa di lesioni personali colpose. Dunque, le distonie entrano nell'elenco delle malattie professionali degli operatori di call center, e per la prima volta se ne discute anche in un processo.

Secondo quanto riporta La Repubblica di Torino è stato il il pm Raffaele Guariniello, a ipotizzare il reato di lesioni personali colpose nei confronti del responsabile legale di Voice Care, Gabriele Moretti (anche ex consigliere comunale dei Moderati), del responsabile per la sicurezza, e di tre medici del lavoro competenti. L' inchiesta era scattata nel dicembre dello scorso anno: in seguito a una segnalazione ordinaria dell' Inail il sostituto procuratore Guariniello aveva iscritto Moretti nel registro degli indagati. L' operatrice è una torinese di 44 anni che, affetta da cordite cronica ha dovuto smettere di lavorare nel settore. La donna, dipendente dal 2003 al 2012, nonostante nel 2011 avesse accusato i primi sintomi, era stata visitata e ritenuta comunque idonea al lavoro. Secondo i risultati di un' ispezione dell' Asl, l' azienda aveva preparato un documento di valutazione dei rischi che escludeva il rischio specifico dello sforzo delle corde vocali per i telefonisti. 

Soltanto nel 2011 il nuovo documento di valutazione del rischio in azienda ha introdotto l' obbligo di interrompere le telefonate per almeno dieci minuti ogni ora. I cinque imputati sono accusati di non avere perciò tempestivamente allontanato la dipendente all' insorgere dei primi sintomi, e di non avere fatto una corretta prevenzione del rischio da sforzo delle corde vocali tra i lavoratori dipendenti. Il processo si aprirà a febbraio 2017 e sarà il primo per malattia professionale nei call center.


cronache criminali

Brescia, ubriaco e recidivo investe e uccide 91enne sulle strisce pedonali

E' successo a Leno. L'automobilista, 47enne, è dapprima scappato salvo poi tornare sul luogo dell'incidente

Brescia, ubriaco e recidivo investe e uccide 91enne sulle strisce pedonali

Un 91enne, Lorenzo Prova, che stava attraversando la strada sulle strisce pedonali a Leno, in provincia di Brescia, è stato travolto e ucciso da un'auto il cui conducente è poi fuggito. L'uomo è tornato successivamente sul posto, ed è stato identificato: si tratta di un 47enne bresciano, che si era messo al volante con un tasso alcolico di oltre tre volte il consentito. Già in passato gli era stata ritirata la patente per ubriachezza. 

La vittima si trovava sulla sua bicicletta quanto è stato urtato dall'auto che è poi fuggita senza prestare soccorso. Il 91enne era ancora cosciente all'arrivo del 118, anzi, diceva di essere solo dolorante. Trasferito all'ospedale di Manerbio, però, la situazione è precipitata ed è morto poche ore dopo.


cronache criminali

Garlasco, Stasi in cella: "Spegnete la tv". Bollate, solidarietà dagli altri detenuti

Prime ore in carcere per il 32enne, condannato in via definitiva a 16 anni per la morte di Chiara Poggi. Il suo avvocato: "Il vero assassino se la ride"

Garlasco, Stasi in cella: "Spegnete la tv". Bollate, solidarietà dagli altri detenuti

"Vi chiedo di non guardare in tv i programmi che parlano di me". Sabato mattina Alberto Stasi, pochi minuti dopo la condanna in via definitiva a 16 anni per l'omicidio di Chiara Poggi, si è costituito al carcere milanese di Bollate. Con lui, nella cella 315 del Reparto I, al terzo piano, altri tre detenuti: un italiano e due montenegrini. Che hanno accolto bene il 32enne di Garlasco e hanno accettato la sua richiesta: niente televisione.

Per Alberto non è la prima volta dietro le sbarre. Otto anni fa vi trascorse cinque giorni proprio con l'accusa di avere ucciso Chiara. Per tutta la durata del processo, conclusosi sabato con la quinta sentenza, questa volta definitiva, non è invece mai stato in cella. Motivo per cui la conta dei sedici anni da scontare è iniziata due giorni fa. 

"Sono innocente" continua a ripetere Stasi a chi gli fa visita. Lo ripete da 8 anni, da quel 13 agosto del 2007. E il suo legale, Giuseppe Colli, rincara la dose, come riporta Il Giorno: "Faccio i complimenti al vero assassino: è fuori che se la ride". 

In cella lacrime e incredulità. "Devo ancora metabolizzare la sentenza. Devo ancora capire, non riesco a credere di essere qui - ha detto Stasi secondo quanto riporta un politico locale che gli ha fatto visita -. Ero certo finisse bene. Il procuratore generale aveva chiesto l'annullamento... Non ho avuto il tempo di preparare nulla. Ora la mamma mi porterà alcune cose, magari prendo un libro in biblioteca". 

Quando la Cassazione ha emesso la sentenza, Alberto Stasi si trovava dal suo avvocato. Poco dopo era già a Bollate, il penitenziario-modello: "Non sono nemmeno passato da casa a prendere il necessario. Mi sono immaginato la ressa dei giornalisti davanti al cancello, il muro di telecamere, il solito clamore. E allora ho preferito venire direttamente qui". 

L'assassino di Chiara prende le misure di quella che sarà la sua vita per i prossimi 16 anni. Alle 7 l'apertura delle porte, alle 20 la chiusura. Pranzo alle 11 di mattina, cena alle 17. E poi la palestra, la biblioteca, gli incontri con lo psicologo e quelli con gli educatori. Prima del rientro nella cella al terzo piano, tinteggiata di rosa, con quattro letti singoli, quattro armadi di ferro e un vetro a separare cucina e bagno. 


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Los Angeles, African American killed: the agents fired 33 shots behind

Los Angeles, African American killed: the agents fired 33 shots behind



Los Angeles, ucciso afroamericano: agenti gli sparano 33 colpi alle spalle

I poliziotti coinvolti si difendono: "Anche ferito continuava a impugnare una pistola". Online il video: rischia di riaccendere le polemiche

Los Angeles, ucciso afroamericano: agenti gli sparano 33 colpi alle spalle

Un afroamericano di 28 anni, Nicholas Robertson, è stato ucciso dalla polizia a Los Angeles. Gli agenti, che avrebbero esploso ben 33 colpi alle spalle del giovane, hanno riferito di avere aperto il fuoco dopo aver ricevuto una segnalazione di "un uomo armato in strada". E' successo davanti a un distributore di benzina. I poliziotti coinvolti si difendono: "Anche ferito e a terra continuava a impugnare una pistola".

Il caso rischia di riaccendere le polemiche contro l'uso della violenza da parte delle forze dell'ordine nei confronti degli afroamericani. Come si vede dal video, pubblicato in Rete, infatti, gli agenti hanno sparato contro il 28enne, che era di spalle. Si rischia un'altra ondata di proteste e che gli animi tornino ad accendersi a Los Angeles. 

La sparatoria ha avuto luogo intorno alle 11 del mattino di sabato nella cittadina di Lynwood, circa 25 chilometri a sud di Los Angeles. Le forze dell'ordine hanno riferito di essere giunte sul posto in risposta a segnalazioni di un uomo armato e sono state infatti diffuse tre telefonate effettuale al numero di emergenza da parte di testimoni che segnalavano un uomo che sparava in aria

I familiari di Robertson definiscono la sparatoria ingiustificata, mentre la rabbia comincia già a serpeggiare tra la comunità locale, per la vasta maggioranza afroamericana e ispanica. Come in vari luoghi del Paese, anche nella zona di Los Angeles nei mesi scorsi la tensione è stata alta dopo una serie di episodi simili. A marzo, agenti del dipartimento di polizia di Los Angeles hanno colpito e ucciso un senzatetto, aprendo il fuoco - hanno riferito - dopo che aveva opposto resistenza all'arresto. Anche quell'episodio era stato registrato da una telecamera.


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Parigi, si proclama dell'Isis e accoltella un maestro d'asilo: è caccia all'uomo

E' successo in una scuola materna della banlieue Aubervilliers a un mese dalle stragi nella capitale francese. L'insegnante era solo in classe

Parigi, si proclama dell'Isis e accoltella un maestro d'asilo: è caccia all'uomo

Un insegnante di Aubervilliers, banlieue di Parigi, è stato accoltellato da un uomo che ha proclamato di essere dell'Isis. Lo ha annunciato la radio France Info. L'aggressore, che aveva un passamontagna, è poi scappato dall'istituto ed è in fuga. La vittima, maestro di una scuola materna, è stato ricoverato in ospedale. Nonostante le numerose coltellate ricevute, non è in pericolo di vita. Indaga l'antiterrorismo.

L'insegnante è stato ferito prima con un coltello poi con untaglierino nella scuola materna pubblica "Jean Perrin" nella Seine Saint-Denis. Al momento dell'aggressione si trovava solo in classe: erano da poco passate le 7 e si preparava ad accogliere i bambini. L'aggressore indossava un passamontagna e una tunica bianca. 

"Questo è un avvertimento" - Oltre a proclamarsi dell'Isis, l'uomo ha gridato "questo è un avvertimento" mentre pugnalava il maestro d'asilo. Lo rivela un testimone che, al momento dell'attacco, stava lavorando all'interno dell'istituto. 

Antiterrorismo apre indagine - La procura antiterrorismo di Parigi ha aperto un'inchiesta sull'accoltellamento. L'ipotesi di reato è tentato omicidio legato ad associazione per delinquere con scopi terroristici. In tutta la zona è stato allestito un imponente dispositivo di ricerca del fuggitivo.


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