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giovedì 13 luglio 2017

Palermo, uccello con testa mozzata davanti alla scuola Falcone

Per gli inquirenti sarebbe una nuova intimidazione dopo lo sfregio alla statua del giudice ucciso dalla mafia

cronache criminali

Davanti alla scuola Falcone, allo Zen di Palermo, dove nei giorni scorsi alcuni balordi avevano decapitato la statua del giudice ucciso dalla mafia, è stato trovato un uccello con la testa mozzata. Per gli inquirenti sarebbe un messaggio intimidatorio. Dopo il danneggiamento del busto la sorella del magistrato aveva chiesto maggiore vigilanza sui luoghi.

La scuola, che si trova in un quartiere ad alta incidenza criminale, aveva subito danneggiamenti anche negli anni scorsi. Tanto che la statua era stata recintata ed era stato attivato un sistema di videosorveglianza che, però, al momento non è funzionante.


Intanto la polizia di Palermo ha fatto luce sul danneggiamento, avvenuto il 7 luglio, di un cartellone raffigurante i giudici Falcone e Borsellino posizionato sulla recinzione esterna della scuola De Gasperi in piazza Giovanni Paolo II. Attraverso la visione delle immagini dell'impianto di videosorveglianza è stato accertato che ad appiccare il fuoco è stato un senza fissa dimora con disturbi psichici, che da qualche tempo occupa una panchina della piazza. L'uomo è stato denunciato per danneggiamento. La ricostruzione dei fatti porta dunque ad escludere un'intimidazione.


cronache criminali

venerdì 20 novembre 2015

Mafia, i boss volevano uccidere Alfano "Si sono dimenticati di noi"

La circostanza emerge da un'intercettazione dei carabinieri sul mandamento di Corleone. Due mafiosi commentavano l'idea di eliminare il ministro dell'Interno per aver inasprito il 41 bis

Mafia, i boss volevano uccidere Alfano "Si sono dimenticati di noi"

"Angelino Alfano dovrebbe fare la fine di Kennedy", il presidente degli Stati Uniti ucciso a Dallas il 22 novembre 1963 da un tiratore solitario. Così alcuni mafiosi arrestati dai carabinieri nel Palermitano pensavano di colpire il ministro dell'Interno, responsabile dell'inasprimento del 41bis. La circostanza emerge da un'intercettazione effettuata nell'inchiesta dell'Arma sul mandamento mafioso di Corleone.

"Se c'è l'accordo eliminiamo Alfano" - "Se c'è l'accordo gli cafuddiamo (diamo, ndr) una botta in testa. Sono saliti grazie a noi. Angelino Alfano è un porco. Chi l'ha portato qua con i voti degli amici? E' andato a finire là con Berlusconi e ora si sono dimenticati tutti", così parlavano tra loro due mafiosi. 

L'intercettazione emerge da un'operazione antimafia dei carabinieri eseguita anche nei comuni di Chiusa Sclafani e Contessa Entellina. L'inchiesta, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha anche svelato i nuovi assetti di Cosa nostra nel mandamento dei boss Riina e Provenzano. L'indagine avrebbe scongiurato un omicidio già pianificato: alcune persone si sarebbero rivolte a Cosa nostra per risolvere problemi legati alla riscossione di una grossa eredità.

Arrestato il capo mandamento di Corleone - Tra gli arrestati c'è anche Rosario Lo Bue, capomafia finito in carcere nel 2008, ma poi assolto e liberato, fratello di uno dei fiancheggiatori dell'ultima fase della latitanza del boss Bernardo Provenzano. La Cassazione dichiarò nullo il decreto che aveva autorizzato le intercettazioni a suo carico.


cronache criminali

giovedì 23 luglio 2015

Mafia, sequestro 600mila euro beni

Taranto, sono di noto pregiudicato

Mafia, sequestro 600mila euro beni

La Dia di Lecce ha messo sotto sequestro in provincia di Taranto numerosi beni mobili e immobili riconducibili al 66enne Pasquale Putignano. Si tratta di un noto pregiudicato di Palagiano (Taranto) gia' condannato per associazione di stampo mafioso finalizzata, tra l'altro, all'estorsione. Il valore dei beni sottoposti a sequestro (tre appartamenti, due fondi rustici e sei conti correnti bancari e postali) ammonta complessivamente a 600mila euro.


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mercoledì 8 luglio 2015

Palermo, maxi operazione antimafia: sequestrati beni per 1,6 miliardi

Le proprietà messe sotto sequestro dalla Dia appartengono a Gaetano Virga, un imprenditore simbolo della lotta antiracket

Palermo, maxi operazione antimafia: sequestrati beni per 1,6 miliardi

La Dia di Palermo ha eseguito un sequestro di beni per un ammontare complessivo di oltre un miliardo e 600 milioni di euro, nei confronti di Gaetano Virga, noto imprenditore simbolo della lotta antiracket. Il provvedimento è stato emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo su proposta del direttore della Dia.

Il maxi sequestro è stato messo a segno dagli investigatori della Dia ai danni di Gaetano Virga, imprenditore del settore calcestruzzi la cui azienda sede a Marineo. L'imprenditore aveva presentato numerose denunce contro il racket delle estorsioni. Le sue testimonianze avevano consentito di arrestare cinque persone ritenute i capimafia e gli esattori di Misilmeri.

L'operazione dei carabinieri - nel corso della quale finirono in manette Francesco Lo Gerfo ritenuto il capomafia di Misilmeri, e Stefano Polizzi, presunto estorsore sul quale si sono concentrate le testimonianze - porto' anche allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Misilmeri. Nel 2010, tra maggio e novembre, Polizzi avrebbe chiesto il pizzo proprio al cantiere edile di Virga minacciandolo. "Ricordati che hai dei figli, mi hanno detto", aveva raccontato agli investigatori. "Quando Polizzi è venuto nei nostri uffici - aveva aggiunto - ha affrontato mio zio molto animatamente. Li ho visti discutere da una finestra all'interno della nostra azienda a Marineo. Nella zona tutti sapevano quello che faceva Polizzi. Mio zio l'ha mandato via dicendogli che non avrebbe avuto un centesimo, ma si è ripresentato successivamente".

Virga da quel momento era diventato un simbolo. Uno degli imprenditori antiracket che aveva avuto il sostegno delle associazioni Addiopizzo, Libero Futuro e Fai.


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lunedì 6 luglio 2015

Mafia, arrestato il cognato del capomafia latitante Messina Denaro

Gaspare Como, 45 anni, è accusato di trasferimento fraudolento di beni

Mafia, arrestato il cognato del capomafia latitante Messina Denaro

Gaspare Como, il cognato del capomafia latitante Matteo Messina Denaro, è stato arrestato dalla Dia di Trapani. Pregiudicato per associazione a delinquere ed estorsione, il 45enne ora è accusato di trasferimento fraudolento di beni. Sequestrati la sua azienda commerciale di vendita di abbigliamento e un immobile a Castelvetrano. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Marsala Vito Sladino, su richiesta dalla Procura della Repubblica di Marsala.


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giovedì 11 giugno 2015

Mafia Roma, per i consiglieri di Buzzi e Carminati anche un posto nelle coop

Assunzioni garantite per alcuni degli uomini di fiducia piazzati nella P.a.

Mafia Roma, per i consiglieri di Buzzi e Carminati anche un posto nelle coop

Il posto da consigliere e l'assunzione nella coop. Ecco come si concretizzava la rete di uomini costruita da Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, le menti del sistema emerso con l'inchiesta Mafia Capitale. I due si garantivano così un presidio nei ruoli chiave della pubblica amministrazione, con i loro uomini che incassavano due volte: il gettone di presenza in Aula e la retribuzione del giorno non lavorato, rimborsato poi alle coop dallo Stato.

La Lista di Gramazio e Quarzio - A fornire i nomi da mettere nella lista di assunzioni, scrivono i Ros, sarebbero stati Luca Gramazio, capogruppo Pdl in Campidoglio, e Giovanni Quarzio, presidente della Commissione Trasparenza. "Ti volevo solo avvertire che tutti chiamati, tutto bene, tutto apposto", dice Fabrizio Testa, collegamento tra Carminati e gli esponenti politici, il 30 ottobre 2014 in una telefonata intercettata - riportata da Il Messaggero - a Gramazio. "Viva il duce!", gli risponde lui. 

I costi e i timori di Buzzi e Carminati - Dodici i nomi nell'elenco dei personaggi piazzati da Buzzi e Carminati, che in cambio del contratto da co.co.pro. garantivano la loro fedeltà. Il tutto per un costo totale di oltre 274mila euro alle coop. Tanto che Carminati e Buzzi, dopo un po', iniziano a lamentarsi per le spese. "Certo è vantaggiosa questa cosa qua, però...", dice il primo intercettato il 12 novembre 2014. Buzzi conferma: "A parte che c'è una questione di lordo e il costo aziendale è più alto, mediamente un 20%. Ma il problema Fabrizio (si riferisce a Testa presente all'incontro, ndr.) è che prima che arrivi il rimborso ci vuole un sacco di tempo". "Come paghiamo? Come risolviamo?", chiede Carminati. Per il ras delle coop la soluzione è solo una: "Si porta l'elenco a Luca e si verifica quelli necessari e quelli non necessari".

L'affare profughi di Mineo - Dalle carte emergono anche dettagli che potrebbero dare il via a nuovi filoni d'indagine, in particolare sulla gestione del Centro accoglienza profughi di Mineo, in Sicilia. Nelle intercettazioni risalenti a febbraio 2014, riportate dal Corriere della Sera, Luca Odevaine e Buzzi parlano di come veniva gestito l'affare profughi e dei personaggi su cui poter fare affidamento. "Lui era presidente della Provincia - dice Odevaine - è stato il soggetto attuatore del Cara, è stato poi presidente del Consorzio... è di Catania, è senatore... È molto vicino al ministro Alfano, perché è quello che praticamente gli raccoglie i voti in Sicilia... È il suo braccio operativo in Sicilia, è chiaro che lui sul ministro c'ha un peso importante".


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giovedì 4 giugno 2015

Roma, business su flussi migratori e campi di accoglienza: 44 arresti, 21 indagati

I provvedimenti riguardano gli sviluppi delle indagini condotte dal Ros nei confronti di "Mafia Capitale", il gruppo mafioso riconducibile a Massimo Carminati

Roma, business su flussi migratori e campi di accoglienza: 44 arresti, 21 indagati

Scattata all'alba l'operazione "Mondo di Mezzo", secondo capitolo dell'inchiesta "Mafia Capitale": 44 gli arresti tra Sicilia, Lazio e Abruzzo per associazione per delinquere ed altri reati. Ventuno gli indagati a piede libero. Sullo sfondo il business legato ai flussi migratori e alla gestione dei campi di accoglienza per migranti. Tra gli arrestati anche Luca Gramazio, ex capogruppo Forza Italia al Consiglio Regionale del Lazio.

Gramazio è accusato di partecipazione all'associazione mafiosa capeggiata da Massimo Carminati, che avrebbe favorito sfruttando la sua carica politica: prima di capogruppo Pdl al Consiglio di Roma Capitale e in seguito quale capogruppo Forza Italia in Regione.

Quello che emerge dall'inchiesta, sottolineano gli investigatori, è dunque "la diffusa attività di condizionamento" attuata dall'associazione mafiosa: tutto ciò grazie alla "rete di rapporti e al ramificato sistema tangentizio intessuti dal gruppo mafioso" con il coinvolgimento di "pubblici amministratori e pubblici ufficiali". 

Il blitz dei carabinieri è scattato all'alba nelle province di Roma, Rieti, Frosinone, L'Aquila, Catania ed Enna. Nell'ordinanza di custodia cautelare, emessa su richiesta della procura distrettuale antimafia di Roma, vengono ipotizzati a vario titolo i reati di associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d'asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori ed altro. 

Tra gli arrestati anche l'ex presidente del Campidoglio - Tra i 44 provvedimenti di custodia cautelare in carcere c'è anche quello per l'ex presidente del Consiglio comunale di Roma Mirko Coratti. In manette anche l'ex assessore comunale alla Casa, Daniele Ozzimo e i consiglieri comunali Giordano Tredicine, Massimo Caprari e l'ex presidente del X Municipio (Ostia), Andrea Tassone.

In manette anche l'ex assessore per le Politiche sociali -
 Tra gli arrestati c'è anche Angelo Scozzafava, ex assessore comunale alle Politiche Sociali. I provvedimenti hanno riguardato anche alti dirigenti della Regione Lazio come Daniele Magrini nella veste di responsabile del dipartimento Politiche Sociali. In manette anche Mario Cola, dipendente del dipartimento Patrimonio del Campidoglio e Franco Figurelli che lavorava presso la segreteria di Mirko Coratti. Infine, posto ai domiciliari il costruttore Daniele Pulcini.

Secondo "capitolo" di Mafia Capitale
 - Secondo gli investigatori, gli accertamenti successivi alla prima tornata di arresti dell'inchiesta di "Mafia Capitale", hanno confermato "l'esistenza di una struttura mafiosa operante nella Capitale, cerniera tra ambiti criminali ed esponenti degli ambienti politici, amministrativi ed imprenditoriali locali".

In particolare le indagini hanno documentato quello che gli inquirenti definiscono un "ramificato sistema corruttivo finalizzato a favorire un cartello d'imprese, non solo riconducibili al sodalizio, interessato alla gestione dei centri di accoglienza e ai consistenti finanziamenti pubblici connessi ai flussi migratori".

La centralità della figura di Salvatore Buzzi - Le indagini del Ros hanno consentito di accertare, dicono gli inquirenti, la "centralità, nelle complessive dinamiche dell'organizzazione mafiosa diretta da Massimo Carminati, di Salvatore Buzzi", già coinvolto nella prima fase dell'inchiesta e ritenuto "riferimento di una rete di cooperative sociali che si sono assicurate, nel tempo, mediante pratiche corruttive e rapporti collusivi, numerosi appalti e finanziamenti della Regione Lazio, del Comune di Roma e delle aziende municipalizzate". 

"Accoglienza dei profughi e dei rifugiati, raccolta differenziata e smaltimento dei rifiuti, manutenzione del verde pubblico" e altri settori oggetto di gare pubbliche, come ad esempio "i lavori connessi all'emergenza maltempo a Roma e le attività di manutenzione delle piste ciclabili": era l'ambito di azione di Buzzi e delle imprese che a lui facevano riferimento. 


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giovedì 14 maggio 2015

"Deve morire", scorta al figlio del pm minacciato dal boss siciliano

Il bimbo di nove anni nel mirino del mafioso. Il magistrato ha sventato il piano del capo mafia di accreditarsi come pentito per evitare il carcere

"Deve morire", scorta al figlio del pm minacciato dal boss siciliano

"Mancu a semenza ave a ristari (neanche il seme deve restare, ndr)". Sono le parole di un sanguinario boss siciliano, che ha ordinato l'uccisione di un magistrato e della sua famiglia: "Se c'è il figlio maschio con lui, ancora meglio",  avrebbe detto al compagno di cella e durante le intercettazioni ambientali nelle ore di visita con i familiari. Nel mirino il procuratore che ha sventato il suo diabolico piano: diventare un (falso) pentito per evitare un nuovo arresto.

Il rischio di un attentato ai danni del pm e della sua famiglia e altissimo, scrive La Repubblica. Lo ha confermato il comitato per l'ordine e la sicurezza, che ha disposto la tutela per i suoi due figli e la moglie anche quando si muovono autonomamente.

Il boss dal carcere avrebbe anche ordito un piano per uccidere il nipote che vorrebbe prendere il suo posto.


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lunedì 16 marzo 2015

Agguato e omicidio al mercato del Cep: in manette i fratelli Marra

C'è la faida tra famiglie dietro la sparatoria che nell'ottobre 2014 provocò la morte di uno dei fratelli Quartararo. Ricostruiti i fatti, scatta l'arresto per cinque membri della famiglia Marra, sua storica “avversaria”

Agguato e omicidio al mercato del Cep: in manette i fratelli Marra

Vendetta, provocazioni e faide tra famiglie rivali, c’è tutto questo dietro la sparatoria che il primo ottobre del 2014 colpì i fratelli Umberto e Maurizio Quartararo, venditori ambulanti di frutta, in pieno mercato rionale. Allora, due uomini a bordo di uno scooter aprirono il fuoco tra la folla, ferendo anche una donna. Tre settimane dopo Maurizio Quartararo morì in ospedale.
Questa mattina all'alba, per quella sparatoria, sono finiti in manette cinque fratelli, tutti gli uomini della famiglia Marra, storica "avversaria" dei Quartararo. Polizia e carabinieri hanno portato in carcere Lorenzo, Marcello, Enrico e Salvatore Emanuele, rispettivamente di 40, 36, 34 e 24 anni, mentre ad Alfredo, 28 anni, sono stati concessi gli arresti domiciliari.
Subito dopo la sparatoria carabinieri e polizia avevano ritenuto di avere individuato i nuclei familiari al centro della vicenda. Le indagini avevano portato a due famiglie che in questi anni hanno avuto sempre dissidi e screzi che si erano infine concentrati nel raptus che ha portato due giovani armati di calibro 38 a sparare ai due venditori ambulanti di meloni bianchi.
Ancora però gli uomini della squadra mobile e i militari non avevano individuato gli esecutori materiali dell'agguato. Si sono acquisiti in queste ore i filmati di alcuni sistemi di videosorveglianza piazzati in alcuni negozi della zona. Sono stati sentiti i componenti dei due nuclei familiari per cercare di risalire al movente dell’aggressione.
A fronte dell’ assoluta omertà della gente di Borgo Nuovo, dove nessuno ha dato indicazioni utili per l'identificazione dei due aggressori, nonostante tutti lì conoscessero la vecchia conflittualità tra le famiglie, a dare un’ importante svolta alle indagini è stata una delle sorelle dei Marra, Mariella, sposata con uno dei fratelli delle vittime, che si è presentata spontaneamente in questura raccontando tutto il contesto in cui è maturato il delitto e accusando i suoi cinque fratelli. Poi le intercettazioni hanno fatto il resto e i cinque Marra sono finiti in carcere con un provvedimento che - secondo gli inquirenti – avrebbe scongiurato un'ulteriore vendetta.
Inoppugnabili infatti le prove a carico dei fratelli Marra, sulle cui tracce i poliziotti della squadra mobile sono arrivati subito grazie alla prontezza di un agente della polizia stradale, che quella mattina al mercatino riuscì a individuare il numero di targa dello scooter dei fratelli Marra, dileguatisi dopo la sparatoria. Questa tempestività ha consentito ai carabinieri del Ris di compiere immediatamente rilievi scientifici fondamentali tanto che l'esame del guanto di paraffina, eseguito dalla polizia scientifica su quattro dei cinque fratelli, ha dato esito positivo.


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martedì 20 gennaio 2015

Brusca: "Cosa Nostra voleva piazzare siringhe infette in spiaggia a Rimini"

Durante il processo per la strage di via Palestro, il collaboratore di giustizia ha riferito che la mafia puntava a un cambio di strategia, colpendo non più le istituzioni ma il patrimonio artistico italiano

Brusca: "Cosa Nostra voleva piazzare siringhe infette in spiaggia a Rimini"

Dopo la strage di Capaci, Cosa Nostra puntava a un cambio di strategia, colpendo il patrimonio dello Stato attraverso "un attentato alla torre di Pisa o depositando siringhe infettate dall'Aids sulle spiagge di Rimini". Lo ha riferito il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, negli anni '90 reggente del mandamento di San Giuseppe Jato, durante il processo per la strage di via Palestro a Milano.

Dopo l'arresto del boss Totò Riina nel 1993, secondo quanto ha riferito Brusca, imputato nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, la strategia stragista venne "portata avanti da Leoluca Bagarella".

Secondo il collaboratore di giustizia, a suggerire il cambio di strategia, colpendo non più le istituzioni ma il patrimonio artistico italiano, sarebbe stato l'ex estremista di destra Paolo Bellini. "Sospettavamo che Bellini facesse parte dei servizi segreti, abbiamo scoperto che aveva contatti con i carabinieri", ha spiegato Brusca rispondendo alle domande del difensore di Tutino, l'avvocato Flavio Sinatra.

Durante l'udienza sono stati ascoltati come testi altri collaboratori di giustizia, come Gioacchino La Barbera e Baldassarre Di Maggio. "Bellini diceva di avere contatti con un generale dei carabinieri - ha riferito La Barbera - che in cambio dell'aiuto per recuperare alcune opere d'arte rubate in Sicilia, avrebbe potuto fare dei favori ai detenuti". Per avere "maggior potere di trattativa con lo Stato", Bellini avrebbe quindi "suggerito di dare un segnale" attraverso attentati a musei e chiese.

L'udienza è stata rinviata al 24 febbraio, quando verranno ascoltati gli ultimi testi, tra cui Paolo Bellini. Il 24 marzo è prevista invece la requisitoria del pm milanese Paolo Storari.


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giovedì 4 dicembre 2014

Mafia, intimidazione al giornalista Pino Maniaci: impiccati i suoi cani

Solo pochi giorni fa era stata incendiata un'auto in disuso del direttore di Telejato. I suoi due animali sono stati avvelenati nei pressi dell'emittente siciliana

Mafia, intimidazione al giornalista Pino Maniaci: impiccati i suoi cani

Il direttore di Telejato, Pino Maniaci, ha trovato i suoi cani impiccati ad una recinzione nei pressi dell'emittente a Partinico, nel Palermitano. Si tratta di un altro atto intimidatorio rivolto al giornalista noto per il suo impegno antimafia. Solo pochi giorni fa una sua auto in disuso era stata incendiata. "È da alcuni giorni che ci occupiamo dello spaccio di cocaina. A qualcuno queste nostre denunce non sono andate giù" ha dichiarato Maniaci.

I due animali, Billy e Cherie, sono stati avvelenati prima di essere impiccati. Dall'emittente scrivono: "Come sempre non ci sono parole per descrivere la cattiveria delle persone. Anche questa volta possiamo dire per certo che Telejato non si ferma e che i responsabili risponderanno per le loro azioni se non alla giustizia alla divina provvidenza".

Non è la prima volta che Telejato e il suo direttore ricevono aperte minacce. Nell'aprile del 2012, infatti, in una lettera anonima recapitata a Maniaci era scritto: "Hai rovinato un paese. Devi andare via da Partinico altrimenti agiremo in altri modi". Lo stesso tipo di intimidazioni erano apparse anche sui muri del paese.


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lunedì 6 ottobre 2014

Mafia: Cassazione dice no a servizi sociali, Cuffaro resta in carcere

L'ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, condannato a 7 anni di carcere per favoreggiamento a Cosa Nostra, dopo un anno dal ricorso in Cassazione, dovrà rimanere in carcere. Così ha deciso la Cassazione rigettando la richiesta di affidamento ai servizi sociali. Ancora non sono note le motivazioni.
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